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Pubblicazioni
 Titolo: VELI

Autore: Mereghetti Giovanni
Editrice: Les Cultures
Anno di pubblicazione: 2008
N° pagine: 156
Dimensioni: 23x23
Disponibile: si
 
 
“Veli”
di Giuliana Sgrena

Il velo non è un obbligo religioso per le donne musulmane. Nel Corano si parla di tenda che separa le donne del profeta dagli estranei, ma ai tempi di Maometto era quasi una distinzione di classe che non riguardava le donne del popolo, che invece giravano a capo scoperto. A teorizzare l’uso obbligatorio del velo per le donne è stato il teologo conservatore Ibn Taymyya nel XIV secolo. E ancora oggi Ibn Taymyya è il principale punto di riferimento degli islamisti, che strumentalizzano la religione a fini politici e che vedono nei diritti delle donne un ostacolo alla realizzazione del loro progetto di stato teocratico. Tuttavia, la limitazione dei diritti delle donne non è una prerogativa esclusiva dell’islam ma è condivisa da una visione conservatrice di tutte le religioni, soprattutto quelle monoteiste. Fondamentalismo religioso che nel suo anti-femminismo trova un supporto nel patriarcato e in alcune tradizioni e costumi tribali.
Foulard, chador, hijab, turban, niqab, fino al più famigerato burqa, queste sono le varie fogge che assume un pezzo di stoffa che serve a coprire la femminilità, quelle parti del corpo che per i maschi possono rappresentare un elemento di seduzione. Un “pericolo” che i più integralisti rintracciano anche in un solo centimetro di pelle scoperto, in un’unghia smaltata, in un capello che sfugge al velo, in un dito del piede nudo oppure in un tacco che fa rumore al suo passaggio. A unire le forme più aberranti del velo a quelle più soft è la simbologia dell’oppressione della donna. Una oppressione che si basa sul controllo della sessualità, perché l’onore del maschio è garantito dal pudore dell’altro sesso. E se questo onore viene tradito, poco importa di chi è la colpa, è sempre la donna a pagare: con il delitto d’onore o con la lapidazione.
Il velo non è nemmeno un segno identitario come spesso si tende ad accreditare, soprattutto in Occidente: il velo che viene ora imposto alle donne dai movimenti oltranzisti non è quello tradizionale di un paese o di una regione - senza contare che le tradizioni si superano, altrimenti anche in Italia porteremmo tutte il velo -, ma un velo ideologico omologato, che trova la sua ispirazione nel chador iraniano. Non è forse stata la rivoluzione islamica di Khomeini in Iran a dare la prima grande spinta alla re-islamizzazione in tutto il mondo musulmano? Il velo viene imposto dai fautori di una re-islamizzazione che vuole imporre una visione dell’islam molto più conservatrice rispetto alla pratica e per questo fa della visibilità, e quindi anche del velo per le donne, una esplicitazione di appartenenza. Appartenenza alla Umma (comunità dei credenti), dunque, e non alla cultura del proprio paese di origine. In questo caso il velo può essere una scelta ideologica condivisa anche da donne e la diversa foggia può assumere una indicazione della “corrente” cui si appartiene: wahabismo di origine saudita, talebanismo, khomeinismo o conservatorismo più generico.
Più generalmente quando si parla di libera scelta delle donne di portare il velo è molto difficile capire quanto contino le imposizioni (a volte anche violente di familiari o gruppi islamisti) e i condizionamenti sociali. Le donne musulmane, con rare eccezioni, non hanno la possibilità di fare scelte sulla vita che le riguarda, come si può dunque considerare solo quella del velo una libera scelta?
Per opprimere la donna i maschi ricorrono spesso alla demonizzazione del genere femminile. Anche se non siamo più ai tempi delle streghe bruciate sul rogo, in alcuni paesi le punizioni che subiscono le donne per trasgressioni non sono molto diverse. Nel passato possiamo risalire fino a Adamo e Eva per trovare il primo caso di colpevolizzazione della donna, ma per restare ai tempi più recenti e ritornando al tema del velo, anche la demonizzazione è servita per imporlo o reimporlo. È il caso dell’Egitto, per esempio, dove esisteva un forte movimento femminista fin dall’inizio del secolo scorso. Le donne egiziane si erano liberate dal velo a cominciare dagli anni Trenta e, partecipando al movimento anticoloniale e per l’indipendenza del loro paese, avevano ottenuto importanti affermazioni anche sul piano politico (la prima ministra donna in Egitto è stata nominata nel 1956, in Italia vent’anni dopo, nel 1976), ma questo dava fastidio ai fondamentalisti Fratelli musulmani. Che hanno accusato le donne e i loro costumi liberali di essere la causa della sconfitta dell’Egitto nella guerra dei Sei giorni contro Israele (1967): si sarebbe trattato di una vendetta di Allah (come il terremoto in Algeria) e per questo hanno imposto alle donne di tornare a mettersi il velo. Questo è solo un episodio, ma molto significativo, di una visione oscurantista che ricorre a qualsiasi mezzo pur di raggiungere il proprio obiettivo.
Detto questo, per liberare le donne dall’oppressione e dal suo simbolo, il velo, occorre capirne le motivazioni senza dimenticare che sotto il burqa c’è sempre una donna.
A partire dalle donne che vivono in Europa, accanto a noi. Spesso si tratta di donne che sono partite dal loro paese con il sogno di ottenere maggiore libertà e invece poi si trovano rinchiuse in una comunità che dà loro sostegno, ma in cambio di un controllo ancor più rigido. Ci sono marocchine che arrivano senza velo e dopo un mese si coprono “per avere il rispetto della loro comunità”. Non possiamo meravigliarci più di tanto, era quello che succedeva anche agli italiani nell’emigrazione: cercavano di mantenere il legame con il loro paese attraverso una rappresentazione arcaica della società. In un ambiente che si sente ostile, ci si difende rinchiudendosi. Anche perché per i migranti non è facile trovare interlocutori nella nostra società. Anche se ormai ci troviamo di fronte alla seconda generazione di immigrati, l’Italia non ha mai elaborato una vera politica che andasse al di là dell’emergenza. E gli italiani continuano a sostenere di non essere razzisti nonostante ogni giorno si verifichino casi aberranti di razzismo. Razzismo non è solo considerare l’altro un “selvaggio” ma anche semplicemente considerarlo un “diverso”, e se è diverso, anche chi è ben disposto verso l’“altro”, in nome della diversità e della tolleranza arriva a difendere discriminazioni e atteggiamenti intollerabili. Soprattutto nei confronti delle donne: si è disposti a giustificare l’uso del velo, anche il più coprente, ma non a difendere una ragazza che decide di non metterlo e che vuole vivere come tutte le sue coetanee.
Ci sono donne nei paesi musulmani che hanno messo a repentaglio la vita per difendere i loro diritti e in Occidente siamo pronti a sacrificare anche quei diritti che noi (ma solo per noi) consideriamo universali in nome della diversità e del multiculturalismo. Il velo è sicuramente solo uno degli aspetti di maggiore impatto, forse nemmeno il più importante ma certamente il più evidente, quindi possiamo partire proprio dal velo. Senza aggiungere violenza nei confronti delle donne che lo portano loro malgrado, ma promuovendo azioni costruttive, percorsi comuni, che rafforzeranno noi e loro: insieme saremo più forti per difendere i nostri diritti.