Fabio Mantovani

Nato a Bologna, classe 1970. Professionista dal 1996, attivo nella fotografia di architettura, interni, e corporate.

Nel settore editoriale ha pubblicato reportage di fotografia documentaria e sociale su varie riviste tra cui D-Repubblica delle donne, Panorama, Style-Corriere della Sera, Gioia, Private, e in campo internazionale Art Magazine (D), Monocle (GB), Japan Times (JP), Le Monde (F), Ojo de Pez (E).

Ha all’attivo campagne fotografiche sulle periferie urbane, sui quartieri residenziali e sulle rilevanze architettoniche del secondo ‘900, realizzate per committenti quali Istituto Beni Culturali, MiBACT, Comune di Bologna, Università di Ascoli Piceno, e di recente Architecture of Shame, nell’ambito di Matera Capitale della cultura 2019. Le sue foto sono pubblicate su diverse riviste italiane e europee come Domus, Elle Decor, Corriere della Sera-Living, D-Casa, Il Sole24Ore, Ottagono, Il Magazine dell’Architettura, Bauwelt, AW-Archiworld, Modulor e sui principali portali web dedicati all’ architettura come Europaconcorsi, Divisare, Archilovers, Vice.
Ha esposto i suoi lavori in varie gallerie e musei come Museo MAXXI di Roma, Triennale di Milano, Spazio Belvedere-Milano, World Architecture Festival di Berlino, India Arch Dialogue a Nuova Dehli, Museo della Storia a Bologna, Galleria Marconi di Cupra Marittima, Camec-La Spezia e lo Spazio Lavì a Sarnano. Ha partecipato alle ultime due edizioni 2016 e 2018 della Mostra Internazionale di Architettura di Venezia e alla biennale europea Manifesta12 di Palermo.

Nel 2017 è tra i cinque finalisti dell’Arcaid Award, concorso internazionale dedicato alla fotografia di architettura, con una ricerca sul social housing di Hong Kong e vincitore del terzo premio al Tokyo International Photo Award –categoria Lifestyle– con un lavoro sui riti sacri nel Salento.
Le più recenti pubblicazioni sono i volumi fotografici “Cento case popolari” a cura di Sara Marini, sull’architettura sociale italiana realizzata tra gli anni ’60 e ’80 da figure come Gregotti, Rossi, De Carlo e Aymonino, “Amabili resti di architettura” a cura di Giulia Menzietti, saggio sull’architettura modernista italiana e sulla sua eredità nel presente, “Sovrascritture Urbane” a cura di Alessandro Gaiani, su dieci case history di ricondizionamenti urbani, edizioni Quodlibet e “H2O” a cura dell’Istituto dei Beni Culturali, sulle acque della Romagna-Toscana e “6.5 – Una Casa” curato da Piero Orlandi sul tema del recente terremoto nelle Marche, entrambi Danilo Montanari Editore.

www.fabiomantovani.com

CENTO CASE POPOLARI

Con Cento case popolari Fabio Mantovani racconta dieci progetti – Rozzol Melara a Trieste, Gallaratese a Milano, Forte Quezzi a Genova, Barca a Bologna, Corviale a Roma, Villaggio Matteotti a Terni, ZEN di Palermo, Le Vele di Scampia, il complesso Cielo Alto a Cervinia e il quartiere Spine Bianche a Matera – o forse, più precisamente, registra attraverso cento scene come le persone attraversano e vivono oggi architetture costruite per essere pezzi di città.

Cento scatti compongono un affresco atopico e relazionale: la posizione delle fotografie non è tesa a raccontare i singoli luoghi, ma una stagione precisa dell’architettura – in buona parte dettata dal Piano Fanfani del 1949 – apparentemente indifferente alle posizioni geografiche. All’osservatore è chiesto prima di perdersi nella grande scena e di ricomporre solo in un secondo momento, attraverso i singoli frammenti, l’immagine dei quartieri.

Lo sguardo di Mantovani insiste lucidamente, senza indecisioni, sul rapporto tra corpo e spazio: non ci sono protagonisti, ci sono relazioni a distanza. Si tratta di architetture legate da un’idea di città, da una politica, soprattutto da un pensiero moderno comune; e poi ci sono gli ospiti di queste strutture, chi si è trovato per scelta o suo malgrado a viverle ed abitarle.

I cento scatti hanno tutti due protagonisti: l’architettura colta nel suo persistere sia come manufatto sia come pensiero e le persone fissate nell’immagine mentre sono in viaggio, cariche di storia che ne disegna i volti, desiderose di attraversare la scena con le proprie cangianti diversità.

(Sinossi di Sara Marini)







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