ROBERTO VENEGONI

Nasce a Legnano nel 1971. Inizia a fotografare con una Olympus OM1 intorno ai 12 anni grazie al padre Giancarlo, appassionato di fotografia, dal quale impara anche le tecniche della camera oscura. Cresciuto in un territorio dove il panorama è costituito da ciminiere e da fabbriche, nel momento in cui comincia a sviluppare progetti fotografici gli viene naturale documentare le fabbriche abbandonate e il paesaggio industriale che le circonda, residui di un mondo in trasformazione che vede via via scomparire i luoghi produttivi. Il recupero della memoria attraverso la fotografia diventa per l’autore, nel corso degli anni, l’occasione per esplorare il territorio e le proprie radici. Il suo archivio di luoghi abbandonati comprende oggi più di centocinquanta siti tra ville, fabbriche, ospedali psichiatrici, colonie. Da qualche anno ha allargato i propri interessi alla fotografia di paesaggio, alla fotografia d’architettura e alla fotografia di documentazione degli spazi urbani. Nella sua visione, sempre alla ricerca di geometrie e di linee, tutto merita di essere fotografato, luoghi affascinanti e luoghi assolutamente anonimi sono una costante nella sua ricerca dell’essenziale. Nelle sue fotografie tende ad escludere la figura umana per cercarne la presenza nei luoghi e nei suoi manufatti. I progetti di Venegoni hanno un inizio ma, solitamente, non hanno una fine, seguono e assecondano infatti in maniera quasi ossessiva la trasformazione del paesaggio nel corso degli anni. Ha esposto per la prima volta nel 2009 in una collettiva sull’archeologia industriale a Solbiate Olona. Da allora ha collaborato con l’AFI a vari progetti nei comuni di Castellanza, Nerviano, Milano, Legnano e in Francia, espondendo durante il Festival Phot’Aix a Grenoble nell’ambito di Grenoble Vit L’Europe e ad Arles Voies off 2018. Ha partecipato alla pubblicazione di tre libri collettivi della collana d’autore AFI. Da qualche anno collabora costantemente con l’Archivio Fotografico Italiano.

CONFINI

La nebbia in pianura padana, nei mesi invernali, è parte integrante del paesaggio, fredda, umida, quasi tangibile.
La nebbia è il freddo, l’umidità nelle narici, lo sguardo che fatica, il paesaggio che si chiude per isolare e delimitare lo sguardo, tracciare Confini.

Ci sono luoghi davanti ai quali si passa spesso, luoghi talmente presenti da diventare anonimi immersi come sono nel caos dei fitti fabbricati della pianura.
La nebbia ne riscatta il loro valore; isolati dal resto del paesaggio, assurgono a linee di confine oltre le quali tutto è celato, misterioso: il paesaggio padano diventa mentale, non più fisico. Lo senti, lo percepisci ma non lo vedi.

La nebbia è avida di spazio. Ti concede briciole di quello che ingloba, delimita forzatamente i confini, valorizza i dettagli, concedendoti sarcasticamente quelli che più vendono trascurati.
Li rende unici, accattivanti, esteticamente pronti alla consacrazione fotografica.
Le strade, gli edifici e i campi si trasformano in paesaggi che puoi solo immaginare. Un palo, i fili della luce, le linee di un parcheggio è tutto quello che ti viene concesso. Sono i confini forzati che la nebbia, avida, ti restituisce.







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